Nel mondo, nessuno vuole più fare il camionista. Un mestiere in crisi, senza futuro?

Nell’ultima settimana, il tema caldo della Logistica è stato quello della carenza autisti che ha raggiunto anche le prime pagine delle testate generaliste. Come già era accaduto per l’allarme lanciato dai ristoratori a inizio stagione, anche quello delle aziende di trasporto ha generato grande scalpore. In realtà, niente di nuovo sotto al sole di agosto.

Picchi di lavoro e carenza di personale

Innanzitutto, così come l’emergenza camerieri, anche l’emergenza autisti non è un fenomeno solo italiano. Nonostante ciò, riguardo alla prima si è data la colpa al reddito di cittadinanza (che in altri Paesi europei non c’è, quindi?). Non è questo il luogo, però, di approfondire il tema. Riguardo alla seconda, l’opinione pubblica è rimasta basita, la domanda che tutti si sono posti è “Come è possibile che in un Paese in cui il tasso di disoccupazione è al 10% poi – all’improvviso – non si trovi gente che vada a lavorare?” La risposta potrebbe essere che non è all’improvviso, il fenomeno “ha un cuore antico” parafrasando un bel libro di Carlo Levi.

Mancano notizie a Ferragosto? Spazio alle ciance

Ultima premessa, lo giuro. Ora, io non voglio entrare nel dettaglio del dibattito ferragostano in cui forse per riempire le pagine senza sforzo i media regalano spazio senza approfondire più di tanto. Segnalo soltanto che l’8 marzo 2021, cioè circa 6 mesi fa, veniva pubblicata dall’IRU l’indagine annuale sulla carenza di conducenti  professionali. L’Iternational Road Transport (IRU) è l’associazione internazionale delle aziende di trasporto. Il trend è in corso da diversi anni.

Un trend in corso da anni

Comunque, l’indagine 2021 dell’IRU sulla carenza di conducenti aveva già rivelato in tempi non sospetti (inizio anno) che, nonostante la riduzione dell’offerta dovuta a COVID-19, la storica carenza di autisti in futuro sarebbe stata ancora allarmante.

La ripresa del 2020, durante la pandemia

Indagando su 800 aziende di trasporto su strada di oltre 20 paesi, l’IRU “aveva scoperto” che questa emergenza di autisti era più acuta in Eurasia, dove nel 2020, in piena pandemia, il 20% delle posizioni (trasporto merci e trasporto persone) era rimasto scoperto (in Cina solo il 4%). 

In ogni caso, con l’emergenza COVID-19, sempre secondo IRU, la carenza di conducenti nel 2020 è stata meno grave rispetto al 2019. In Europa, i posti vacanti sono diminuiti di circa tre quarti, per quanto riguarda gli autisti di camion: dal 24 al 7%.

Previsioni IRU 2021: i posti di lavoro vacanti sono destinati a crescere di nuovo

Nonostante la ripresina del 2020, l’indagine IRU, sempre a marzo, ci avvisava che i posti di lavoro vacanti nel 2021 erano comunque destinati a crescere. Più nel dettaglio: “Le aziende di trasporto prevedono che la carenza di conducenti si intensificherà nuovamente nel 2021, man mano che le economie si riprenderanno e la domanda di servizi di trasporto aumenterà.”

Indagine IRU sul mercato del lavoro nell'autotrasporto | Domanda di autisti insoddisfatta

Insomma, per quest’anno le aziende europee già si aspettavano un calo del 17% di autisti. Il segretario generale dell’IRU, Umberto de Pretto, sei mesi fa commentava: “La carenza di autisti minaccia l’efficienza del trasporto stradale, delle supply chain, del commercio, dell’economia e, in definitiva, dell’occupazione e del benessere dei cittadini. Questo non è un problema che può aspettare, bisogna agire ora.” 

Perchè mancano gli autisti?

L’indagine IRU studia anche  le ragioni della carenza di autisti, individuando nella difficoltà di formazione la causa principale in tutti i Paesi (38% degli intervistati).

Nelle risposte sono state citate anche le condizioni di lavoro difficili, ulteriormente esacerbate dalla pandemia, e di conseguenza le difficoltà ad attrarre alla professione donne e giovani.

Io aggiungerei anche che non si tratta solo di “scarso appeal”, ma proprio di una generale cattiva reputazione del settore. Un settore spietato, in cui la concorrenza si fa sul costo del servizio, spesso a spese dell’ultima ruota del carro, cioè l’autista. Una filosofia trasversale che accomuna tutti i settori, ci mancherebbe.

“Non è un lavoro per donne e giovani” 

L’indagine IRU, infatti, indica risultati contrastanti nel tentativo del settore di attirare più donne. Nel mondo, solo il 2% di camionisti sono donne e la percentuale è in calo.

Anche la percentuale di camionisti sotto i 25 anni è in calo (5%), mentre l’età media dei professionisti a livello globale è ormai vicina ai 50 anni.

Una bomba demografica a orologeria che non può che peggiorare senza azioni volte a ridurre l’età minima degli autisti.” diceva (e dice) IRU.

Che fine hanno fatto i padroncini?

Un tempo nemmeno troppo lontano, spesso i picchi di lavoro venivano affrontati ricorrendo ai padroncini. Anzi, dopo anni di lavoro come autista in azienda il premio era la possibilità di riscattare il camion e continuare a lavorare collaborando come padroncino.

Non sto qui ora a descrivere i vantaggi per l’azienda e per il padroncino, era quasi un’operazione win win diciamo. Poi, da un certo momento in poi ci hanno cominciato a dire che i padroncini dovevano sparire perchè nel mondo globalizzato, per essere competitivi come Paese dovevamo puntare all’internazionalizzazione delle imprese. 

Io in Italia tutte queste imprese internazionali non le vedo ancora. Ho visto, più che altro, la delocalizzazione delle imprese nell’Est Europa. Ho visto e vedo il dumping dei paesi extraUE. Ma che fine hanno fatto i padroncini?

Quali sono le possibili soluzioni?

Secondo l’Associazione internazionale delle aziende di trasporto per risolvere il problema bisogna intervenire sul ricambio generazionale, quindi sulla formazione e sulle condizioni di lavoro.

Favorire il ricambio generazionale facilitando l’accesso alla formazione

L’età minima per i conducenti professionisti è di 21 anni o più, questo secondo IRU crea un vuoto tra la fine della scuola dell’obbligo e la possibilità di iniziare a lavorare “al volante”. La proposta che l’associazione fa ai governi è quella di fissare l’età minima a 18 anni, con formazione a partire dai 17.

C’è, poi, aggiungo io, lo scoglio del costo della formazione che in Italia arriva a 5-6.000 euro. Un investimento importante.

Tre provocazioni

  • Per fare il rider, lo dico come provocazione, non serve nessun anticipo, nessuna formazione e nessuna certificazione, basta una bicicletta e, a parità di sfruttamento, probabilmente si guadagna uguale.
  • Altra provocazione: ditemi voi per quale altro tipo di lavoro è necessario spendere 6mila euro in abilitazioni per poi andare a guadagnare come un operaio, lavorando fuori casa, con orari stressanti, in solitudine ecc
  • Ultima: forse dovremmo riabilitare il servizio di leva per consentire il conseguimento di patenti a un costo accessibile?

Migliorare le condizioni di lavoro

Secondo IRU per migliorare le condizioni di lavoro sono necessari maggiori investimenti in aree di sosta per camion sicure e protette. Questo porterebbe più persone a scegliere la professione di autista, in particolare le donne.

Forse è vero, ma è evidente che non basta, qui entriamo nella zona grigia dello sfruttamento e della legalità che sono pure stati sotto i riflettori poche settimane fa.

Tecnologia e digitalizzazione

La rivoluzione tecnologica e digitale tanto sbandierata e ora, almeno sulla carta, in fase di messa a terra grazie ai fondi europei del PNRR è una soluzione. Una soluzione per rendere il processo più efficiente, quindi meno costoso, senza bisogno di risparmiare sul costo del lavoro.

Poi si, anche, saranno necessarie nuove competenze che potrebbero rendere il mestiere di autista più accattivante e meno faticoso, diventando un’opzione per giovani e donne.

Migliorare la reputazione della professione 

Durante la Pandemia e negli ultimi mesi i media hanno evidenziato le peggiori criticità del settore. Nel 2020 sono emerse la scarsa attenzione alle misure di salute e sicurezza nei luoghi di carico e scarico (focolai nei magazzini) e le difficoltà nei controlli temporanei alle frontiere (complice la Brexit, ma comunque…). Queste cose hanno avuto un impatto negativo sull’attrattiva della professione. “Le condizioni di lavoro miglioreranno quando gli autisti saranno trattati con più rispetto.” chiosava l’IRU a marzo.

Poi, abbiamo visto le indagini e i sequestri della Guardia di Finanza su alcune realtà del mondo dei corrieri espressi e delle cooperative, le indagini dell’Ispettorato del Lavoro e i gravi fatti di Tavazzano e Biandrate.

Di fronte a queste notizie (a questa realtà), dico io, chi sceglierebbe mai di fare l’autista nel settore del Trasporto e della Logistica? Quale padre o madre direbbe al figlio o alla figlia appena maggiorenne “ok, prendi questi 6mila euro, lascia la scuola e va a fare il/la camionista”?

 

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